Sicurezza stradale e diritto penale

La tragedia di Porto Cervo, l’investimento mortale sulle strisce pedonali di una giovane, porta all’attenzione per l’ennesima volta la responsabilità alla guida delle automobili e in particolare il ruolo del diritto penale con i suoi precetti e le sue sanzioni. Non deve dunque sorprendere, purtroppo, che siano più i commenti, soprattutto sui social, sulla punizione da infliggere alla guidatrice che la condivisione per la scomparsa di una giovane, privata della propria vita negli anni più belli, e per lo strazio della famiglia segnata per sempre dal solo ricordo, seppur splendido, e non più dalla presenza della loro figlia. Senza ritenere che i social siano il mondo reale, ma senza nemmeno sottovalutarne la rilevanza quale amplificazione di opinioni correnti (o malesseri sociali), talora becere e comunque gridate, l’accento posto più sull’autore che sulla vittima è il segno di tempi, ormai troppo lunghi, nei quali il diritto penale è divenuto la cifra etica della nostra società: nella realtà politica e normativa del nostro tempo, infatti, l’affermazione di un valore passa necessariamente per la criminalizzazione della sua offesa. Manca un comune sentire, manca una vera umanità, mancano valori condivisi che rappresentino la dovuta reazione e l’unica opzione disponibile diviene spesso, per alcuni ma non pochi, conteggiare il disvalore di un comportamento con gli anni di reclusione da infliggere, ancor prima di una vera disapprovazione sociale. Una logica rozza, nemmeno retributiva, perché il valore di una vita umana perduta, per esempio, non è logicamente comparabile, commisurabile, a una detenzione in carcere. È chiaro, e ormai il Legislatore da tempo se ne è reso conto, che le condotte colpose meritano prima precise richieste di comportamento e poi adeguate sanzioni per le violazioni, perché è giusto attendersi da chiunque attenzione, diligenza, prudenza e perizia nelle attività che si intersecano con la vita del prossimo, come nei settori della circolazione o del lavoro, un settore forse meno mediatico ma altrettanto tragico. Nel campo della circolazione stradale il legislatore è intervenuto con l’introduzione nel 2016 del reato di omicidio stradale, che prevede nella sua forma base la reclusione da due a sette anni per chi cagioni per colpa la morte di una persona con violazione delle norme sulla circolazione stradale (o della navigazione), potendosi giungere attraverso un sistema di aggravanti (specifiche imprudenze, guida senza patente, guida in stato di ubriachezza o sotto l’effetto di sostanze stupefacenti) ai 18 anni di reclusione. La giustizia penale farà ora la sua parte ma non si pretenda da essa ciò che non può dare. Le statistiche dimostrano che sono tre i fattori che incidono sulla sicurezza stradale: le strade, con le loro caratteristiche fisiche e strutturali, i veicoli, con i relativi dispositivi di sicurezza, e le persone, noi. Nulla di più difficile che fare prevenzione sulla imprudenza, perché non si tratta di comportamento volontario, l’evento tragico non è oggetto né di una scelta né di una accettazione. Anche quando si è consapevoli di commettere una infrazione, prevale l’affidamento al caso, alla fortuna, visto che alla trasgressione consegue un esito tragico solo in una percentuale di ipotesi: eppure la trasgressione alle regole della circolazione stradale è la stessa. Dunque giustissimo anticipare la punizione (e lo si è fatto) con sanzioni relative specificamente alle infrazioni. Senza dimenticare però che la colpa, come è stato giustamente detto, assai più del dolo, è una forma di responsabilità che riguarda tutti. Difficile trovare tratti criminologici nella delinquenza stradale: spicca anzi spesso la normalità. Soprattutto sbagliato guardare lontano: gli altri siamo noi e possiamo costituire sia autori che vittime. Una questione di educazione, di sensibilità e di vivere sociale, uno sforzo non impossibile di fronte alle quasi ventimila vittime (ancora nel 2024 nei paesi europei) di imprudenze in quanto tali sempre evitabili.

Pubblicato il 30 luglio 2025 su La Nuova Sardegna

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