Il software non è un buon giudice

Connaturato nell’essere umano è il timore di non poter dominare le proprie creazioni: si pensi alla clonazione o alla manipolazione genetica e oggi all’intelligenza artificiale. É la sindrome di Frankenstein, la paura dell’uomo che le sue creazioni prendano vita e gli si oppongano, come nel romanzo di Mary Shelley del 1818 dove uno scienziato inventa un essere mostruoso che si ribella al suo creatore uccidendone gli affetti più cari. Ma, per evitare che si abbia timore di ciò che non si sa: cosa è l’intelligenza artificiale? Non sono (solo) i robot o gli umanoidi dell’immaginario collettivo, ma sono soprattutto sistemi che cercano di simulare (e superare!) l’intelligenza umana raccogliendo ed elaborando dati per arrivare a una scelta “razionale”.

Sembrano così aprirsi allettanti prospettive per la giustizia penale: quella innanzitutto che attraverso l’uso di tecnologie informatiche intelligenti la criminalità possa essere meglio contrastata; e poi la promessa che il processo decisionale penale possa essere affrancato dalla soggettività e dalla parzialità umana e, quindi, svolgersi “finalmente” — così si dice — in modo oggettivo, neutrale e coerente.

L’algoritmo predittivo più conosciuto, sviluppato negli U.S.A., è un software, di proprietà privata (!), che serve per predire la possibilità di futuri comportamenti criminali di autori di reato e per deciderne il trattamento. COMPAS (Correctional Offender Management Profiling for Alternative Sanctions) prende in considerazioni fattori di rischio (es. frequentazioni, problemi economici, difficoltà nell’istruzione, isolamento sociale, ambiente familiare, ecc.) tramite un questionario con 137 domande, alle quali in parte risponde il soggetto (gli si chiede per esempio se è d’accordo sulle seguenti affermazioni: “una persona affamata ha il diritto di rubare” e “se le persone mi fanno arrabbiare o perdere la calma, posso essere pericoloso”) e per il resto sono ricavate direttamente da dati in possesso dell’amministrazione giudiziaria. Studi su COMPAS (e le stesse corti americane) hanno dimostrato il rischio di pregiudizio razziale e la scarsa affidabilità delle valutazioni, influenzate dalla qualità dei dati che vi vengono immessi, frutto di intelligenza umana e non artificiale.

COMPAS dimostra che la macchina non è adatta per decidere ma trova un utilizzo migliore in altre fasi, come nella c.d. polizia predittiva, quando si tratta di studiare le serialità criminali, prevedendo dove e quando determinati individui commetteranno un reato, o per individuare le zone di futuri crimini, sulla base di un algoritmo capace di rielaborare una mole enorme di dati estrapolati dalle notizie in possesso delle forze dell’ordine. Quando sono in gioco però fattori irrimediabilmente umani la prospettiva cambia, non essendo dotata la macchina di sensibilità, di senso comune, di pensiero sistematico. E diviene in realtà indesiderabile proprio il presunto pregio dell’intelligenza artificiale: la stabilizzazione delle decisioni. La giustizia respira con l’uguaglianza, che significa trattamento uguale di casi uguali e trattamento diverso di casi diversi: e quelli investiti dalla giustizia penale sono sempre diversi e meritano decisioni adeguate al singolo autore e al singolo fatto.

L’intelligenza artificiale – fonte di straordinarie opportunità – non ci supererà fino a quando non saremo noi a consentirglielo. Questo è il momento di indugiare per poi ripartire, come capitò anche alla biologia, chiamata a interrogarsi nel 1975 ad Asilomar in California sui suoi metodi e scopi, con oltre 200 ricercatori – sotto la guida del futuro Nobel Paul Berg – che si chiesero come comportarsi riguardo alle ricerche sul DNA, volontariamente sospese mesi prima, in presenza di un’opinione pubblica inquieta tra incubi nazisti di selezione della razza e paure irrazionali. Così dovrebbe avvenire – e proprio ad Asilomar si inizia a discuterne – per fissare dei criteri sull’intelligenza artificiale, magari ponendo la necessità del rispetto dei diritti fondamentali e dei principi di non discriminazione, di qualità e sicurezza, di trasparenza, imparzialità e correttezza, di garanzia del controllo umano. Con quest’ultimo principio soprattutto si precluderà un approccio deterministico o automatico, per preservare una dimensione di umanità durante tutto il percorso della giustizia.

Pubblica su La Nuova Sardegna del 21 maggio 2023

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