Competenza e incompetenza nelle cariche pubbliche.


È particolarmente vivace nell’ultimo periodo storico il dibattito sulla (vera o presunta) incompetenza di molti titolari di incarichi pubblici, anche a livelli particolarmente alti (ognuno pensi agli esempi che gli vengono in mente). In un recente articolo, un’esperta di comunicazione (Annamaria Testa) cita l’effetto Dunning Kruger (dal nome degli autori, due ricercatori statunitensi), un pericoloso cortocircuito mentale che condanna l’incompetente a non rendersi conto della propria incompetenza. Non che si tratti di una novità: già Socrate avvertiva che «è sapiente solo chi sa di non sapere, non chi si illude di sapere e ignora così perfino la sua stessa ignoranza». Insomma: l’incompetente è pericoloso non solo perché è incompetente ma soprattutto perché è incosciente! La novità degli studi di Dunning e Kruger è la sperimentazione della propensione degli incompetenti a sopravvalutarsi. L’esito di tale sperimentazione è interessante: l’incompetente sopravvaluta le proprie capacità e sottovaluta quelle del suo gruppo di riferimento (esempi: l’88% degli automobilisti americani ritiene di avere capacità di guida superiori alla media; il 45% degli ingegneri ritiene di far parte del migliore 5% della categoria). Dunque all’incompetenza si può accompagnare la supponenza, dato che gli incompetenti nutrono una fiducia esagerata nelle proprie capacità, non percepiscono i propri limiti, non ammettono gli errori, non riconoscono e addirittura possono arrivare a disprezzare la competenza altrui. C’è una speranza: che l’incompetente con l’esperienza (spesso fatta disgraziatamente a spese degli altri) diventi meno incompetente. Oppure – più difficile, purtroppo – che l’incompetente assuma consapevolezza (come Socrate) della propria ignoranza e la trasformi in un valore positivo. L’incompetenza è dunque un rischio per la cosa pubblica. Ma il competente è immune da difetti? Davvero la competenza è la migliore garanzia per una gestione oculata dei nostri interessi di cittadini? Basta mettere in ogni incarico pubblico un professionista assoluto del settore? Non è proprio così. Il c.d. tecnico (anche qui gli esempi non mancano) rischia di condividere con l’incompetente alcuni difetti. In primo luogo la supponenza quando non addirittura la presunzione: l’ultratecnico ha una naturale tendenza a sopravvalutarsi, a non ammettere gli errori, a non accettare critiche, a considerare ignoranti gli altri; con la variabile pericolosissima del competente che si rivela incompetente. Soprattutto però la competenza tecnica non è garanzia di buon governo se non si accompagna alla sensibilità politica, alla capacità di immedesimarsi nelle esigenze del cittadino comune: la giustizia non è affare dei soli avvocati o magistrati, la sanità dei soli medici, l’istruzione dei soli professori. Dunque anche la competenza quando diventa tecnicismo porta a una cattiva gestione. Come appare però dall’analisi e dallo spazio riservato, meglio i competenti degli incompetenti, i quali ultimi hanno una tendenza universale all’errore. E allora? Innanzitutto chi amministra, a qualsiasi livello, deve essere dotato di buon senso individuale e qui la responsabilità (pesante) cade su chi sceglie, sia esso il singolo elettore (ognuno di noi) col voto sia esso il capo “politico” di una coalizione di governo di qualsiasi livello. Una volta scelti, gli amministratori devono acquisire una dote fondamentale: quella di ascoltare. Ancora, sono utili le scuole di amministrazione e di politica: non ci si inventa amministratori pubblici senza una preparazione, senza cioè studiare. Ultimo e fondamentale – in un’epoca in cui si corre troppo – rivalutare il ruolo di una qualità che sembra dimenticata, l’esperienza, che è cosa diversa dalla competenza: ogni percorso è fatto di gradualità, di acquisizioni successive. L’esperienza significa sì conoscenza, ma anche resilienza, visione strategica, misura di sé, modestia. Come diceva Cicerone, «i saggi sono istruiti dalla ragione, le menti comuni dall’esperienza, gli stupidi dalla necessità, i bruti dall’istinto».
* Direttore del Dipartimento di Giurisprudenza