Università: non solo fondi ma idee e razionalità.


L’Università è divenuta protagonista in negativo della manovra di bilancio per il 2020: la mancanza di fondi richiesti dal Ministro Fioramonti ne ha comportato infatti le dimissioni e la sua sostituzione con il prof. Manfredi. Al di là delle dimissioni e del passaggio di consegne, non si deve però pensare che i problemi per l’Università stiano solo nell’insufficiente finanziamento (pressanti peraltro le necessità di un nuovo piano di assunzione di ricercatori e la copertura delle esenzioni per le tasse universitarie): altre misure di indirizzo senza costi già da tempo avrebbero dovuto esser prese. Analizzando il testo della legge si intravvedono qua e là alcune misure di dettaglio (per le cifre), come l’aumento dei fondi per scuole di specializzazione medica o la specifica assegnazione alla Sardegna di risorse (previste nel recente accordo Stato-Regione) per la manutenzione delle scuole e delle residenze universitarie. Il provvedimento più significativo è la creazione della Agenzia nazionale della ricerca, sulla quale torneremo tra poco. È certamente chiaro che non è la legge di stabilità la sede deputata per delineare un quadro organico di riforme, ma questa importante legge emanata ogni anno dal Parlamento va interpretata anche per i segnali di attenzione che lancia ai diversi settori della vita del Paese: e i segnali per l’Università sono di sostanziale indifferenza, con una sola eccezione, di dubbio significato. La creazione infatti dell’accennata Agenzia nazionale per la ricerca, con il compito dichiarato di potenziare la ricerca svolta da università, enti e istituti di ricerca pubblici e privati, rischia di creare in realtà l’ennesima struttura burocratica. Sono state forti le riserve nel mondo universitario contro questa Agenzia, anche per la sua composizione, inizialmente con membri di nomina politica e alla fine con un direttore designato dal Presidente del Consiglio e con un comitato direttivo e uno scientifico e un collegio di revisori in cui abbondano le competenze ministeriali e la cui ridondanza sembra già condannare all’ineffettività. È comunque fondata questa preoccupazione? A nostro giudizio il timore non è tanto e solo per la libertà della ricerca, quanto piuttosto per il messaggio nascosto: le Università devono autofinanziarsi con la ricerca, devono provvedere a sé stesse con proprie risorse. Il che potrebbe apparire (anzi è) giusto ma solo limitatamente, per certe aree e per certe materie. Non si potrà mai rinunciare infatti al finanziamento pubblico, pena la scomparsa della Università pubblica; la ricerca viene finanziata nelle solite aree economicamente avanzate del Paese; le materie umanistiche avrebbero maggiori difficoltà a finanziarsi. Insomma dietro questa Agenzia motivazioni discutibili e prospettive incerte. Eppure sarebbero bastate alcune misure a costo zero per dare respiro alle Università. Innanzitutto abolire il sistema dei punti organico (voluto dal MEF), che pesa il reclutamento in numeri e non in risorse effettive: basterebbe dare la possibilità alle Università di assumere entro i limiti di bilancio; sembra banale ma le Università non possono farlo. Poi semplificare: l’ossessione per la valutazione ne sta facendo perdere il ruolo positivo per apparire ormai un inutile appesantimento. E poi la fine del precariato, la riforma cioè dei primi gradini della carriera universitaria, che sono proprio quelli più deboli e spesso più produttivi. E ancora, tra le tante idee, la creazione di corsi di studio e programmi che tengano effettivamente conto degli sbocchi lavorativi, aumentando l’autonomia spesso imbrigliata in rigide griglie. Non solo essenziali risorse economiche, dunque, ma un recupero di razionalità, virtù precaria (anch’essa) nell’Università da decenni: questo è il compito che attende il nuovo Ministro.

*Direttore del Dipartimento di Giurisprudenza.