La distanza dal Diritto (contro una improbabile riabilitazione dell’emergenza).


La distanza dal Diritto (contro una improbabile riabilitazione dell’emergenza).

Circolano in questi giorni di relativa calma sul piano dell’epidemia tentativi di riabilitazione delle misure prese in questa fase di emergenza e si susseguono frasi del tipo “da molte cose non si tornerà indietro”. Quasi a voler trasformare la straordinarietà nella normalità. Ora, è un atteggiamento umano comprensibile quello di salvare nelle situazioni negative gli insegnamenti che se ne possono trarre (“non lasciare mai che una crisi vada sprecata”): pensiamo però che si tratti, nelle loro frequenti (e di facile presa) estremizzazioni, di atteggiamenti pericolosi per il nostro stesso vivere civile.

Vorrei limitarmi al campo che più conosco, quello del Diritto. Iniziamo dalla Giustizia nei Tribunali. Qui i danni sono stati gravissimi, soprattutto nel campo della giustizia penale (non solo però: si pensi alla testimonianza di un civilista di un rinvio a luglio 2022): rinvii e collegamenti da remoto (per i processi non rinviabili) sono stati la regola nella prima fase, fino ad arrivare alla situazione attuale in cui le attività giurisdizionali che possono essere svolte sono rimesse alla decisione dei dirigenti degli uffici giudiziari chiamati ad adottare misure organizzative, con conseguenti difformità sul territorio nazionale. L’esigenza di ritorno alla presenza, al confronto diretto e immediato tra le parti, è qui indispensabile per garantire i principi costituzionali fondamentali in materia penale: dunque è scontato che nessuna concessione di stabilità possa essere data alle misure di emergenza, per evitare il distanziamento sociale sì, ma dalla Giustizia. Veniamo all’insegnamento (del Diritto e in generale) nelle Università: anche in questo campo ci si è adeguati doverosamente e disciplinatamente alle prescrizioni governative, con un (mal)celato senso di disagio derivante dalla riflessione che noi docenti viviamo del rapporto immediato e personale con gli studenti, viviamo di sensazioni non filtrabili da uno schermo, che lo studio è anche socializzazione. Qui è arrivata la posizione di un docente italiano (il designer Ratti) del MIT (Massachusetts Institute of Technology) il quale, partendo dall’assunto che le università italiane sono per lui ancora basate sul modello di Bologna dell’anno 1000, chiama al rinnovamento con l’eliminazione delle lezioni frontali e delle aule e la sostituzione con laboratori in cui possano avvenire scambi molteplici, per formare quello che i francesi definiscono “spirito di corpo”. All’opposto, senza senso della misura, si parificano (il filosofo Agambien) i docenti che “accettano la dittatura telematica” ai docenti che nel 1931 giurarono fedeltà al fascismo. Direi che è bene (ri)trovare un equilibrio e torno alla mia Università di Sassari: moderni strumenti telematici possono rappresentare un sistema per allargare la base degli iscritti in Sardegna a persone impossibilitate a frequentare oppure per valorizzare fuori dal nostro territorio corsi particolarmente attrattivi, o per la loro originalità o perché vi insegnano studiosi rinomati a livello nazionale o internazionale; per il resto, ed è quasi tutto, torniamo in aula.

Infine i concorsi pubblici, passaggio obbligato per trovare lavoro per tanti nostri laureati. Qui intravedo il pericolo più concreto. La ministra per la Pubblica Amministrazione ha affermato che  le procedure concorsuali saranno semplificate e digitalizzate, trasferendosi su supporti informatici. Niente più concorsi pubblici fatti a penna, dunque. Queste proposte si accompagnano ad altre, come quella per la quale i concorsi avverranno per via telematica con un numero massimo di caratteri. Premesso che non condividiamo l’ostilità nei confronti della classica penna, il rischio è che per velocizzare si attenui la serietà della selezione, la scelta dei più meritevoli. Pregi come l’analisi, la sintesi, la capacità di ragionamento, la coerenza logica, il senso critico, rischiano di essere vanificati dietro meccanismi semplificatori. Insomma, velocizziamo, decentriamo i concorsi, evitiamo adunate oceaniche, ma non perdiamo di vista il merito, per non abbassare il livello della nostra pubblica amministrazione e per ricompensare il sacrificio di chi studia.

* Direttore del Dipartimento di Giurisprudenza