Prescrizione e Giustizia infinita


Preceduta da un aspro dibattito, è entrata in vigore il 1° gennaio la legge di riforma che blocca la prescrizione al momento della pronunzia della sentenza di primo grado. La prescrizione è una causa di estinzione del reato, comporta cioè il venir meno di tutte le sanzioni penali, decorso un tempo proporzionato, in linea di principio, alla gravità del reato. Si fonda su due motivazioni: a) l’affievolirsi delle ragioni che giustificano la punizione (il che non vale per i crimini più gravi e odiosi, punibili con l’ergastolo, che infatti non si prescrivono mai) e b) l’accrescersi col tempo delle difficoltà di prova, con la possibile lesione del diritto di difesa. Dunque la prescrizione – è bene chiarirlo – è tutt’altro che un’intrusa nel sistema di giustizia, ne è componente  a pieno titolo. Non è certo inutile il richiamo a Cesare Beccaria, uno dei padri nobili del nostro diritto penale, con il suo monito contro i processi infiniti e la sua insistenza sulla prontezza e certezza della pena. Come posto in rilievo dall’Associazione Italiana dei Professori di Diritto Penale, il blocco della prescrizione dopo il giudizio di primo grado fa divenire imprescrittibile qualsiasi reato, grave o lieve, che pure sarebbe in via di principio prescrittibile. Ne potranno derivare sentenze molto tardive, sul cui senso di giustizia sarebbe bene riflettere, senza farsi condizionare dalla continua tensione massmediatica; la conseguenza non sarà comunque certo quella dello snellimento del processo penale, perché il blocco della prescrizione non incentiva il giudicante ad accelerare la decisione. Dunque effetti opposti a quelli pensati. In definitiva una politica criminale gridata e irrazionale, che inquieta per come è volta alla perpetuità: una Giustizia infinita. I proponenti probabilmente contavano su una riforma più ampia, che inserisse il blocco della prescrizione in un contesto di abbreviazione dei tempi del processo. Così non è e al momento una riforma come questa, che si risolve unicamente nel blocco della prescrizione dopo il primo grado, è in forte tensione con i principi costituzionali della ragionevole durata del processo, della presunzione di innocenza, del diritto di difesa e della finalità rieducativa della pena. Alla base di questa riforma c’è soprattutto – è stato attentamente osservato da un autorevole penalista (Gatta) – un presupposto errato: l’idea che agire sulla prescrizione sia il modo per porre rimedio a processi infiniti, considerare la prescrizione del reato – che a processo in corso è una patologia del sistema –  come un farmaco per curare la lentezza del processo, che è un’altra patologia del sistema, il quale mostra così la sua inefficienza e inefficacia con l’alto numero di reati che cadono in prescrizione (nel 2017 oltre 125.000, pari al 9,4 del totale), garantendo impunità agli autori e negando giustizia alle vittime. Quasi che un male possa rappresentare la cura di un altro male. Mentre assai più efficaci (e razionali) sarebbero rimedi pratici come l’aumento di risorse umane (magistrati e ausiliari), una migliore organizzazione giudiziaria, modelli di gestione ispirati alle best practices delle sedi più produttive, informatizzazione, semplificazione delle notificazioni, riduzione del numero dei procedimenti attraverso depenalizzazioni, ampliamento delle ipotesi di procedibilità a querela. Insomma intervenire sul penale con riforme solo sulla carta è facile, a costo zero, con impatto mediatico altissimo ma senza risultati pratici: basta vedere quanto accaduto in tema di omicidio stradale, dove l’aumento delle pene non ne ha certo diminuito la frequenza tragica; qualunque addetto ai lavori sa che è illusorio attendersi (e ingannatorio prospettare) una più efficace prevenzione con l’aumento della minaccia di pena. Sembra però sbagliato l’approccio stesso – proprio di questa epoca – al diritto penale, immaginato e pensato per chi delinque mentre esso è posto soprattutto a protezione del cittadino comune. Il diritto penale riguarda tutti, tutti chiediamo protezione dei nostri diritti, nel rispetto dei diritti di tutti e dei principi di giusta proporzione.

*Ordinario di Diritto penale