Vittime dimenticate


Antonio Pigliaru, del quale quest’anno ricorrono i cinquant’anni dalla prematura scomparsa, in un suo saggio poneva in rilievo come, al di là della giusta persecuzione pubblica, la commissione di un reato sia una vicenda “umanissima” con protagoniste due (o più) persone, l’autore del reato e la vittima. Proprio la vittima è il soggetto storicamente trascurato della giustizia penale: già nell’800 si affermava come i legislatori moderni fossero «più cittadini che uomini», perché si preoccupavano quasi soltanto dell’allarme che il delitto destava nella società e dimenticavano di tutelare validamente gli interessi dell’offeso. Insomma dopo la commissione del reato si pensa a retribuire il colpevole, a risocializzare il reo e a prevenire altri reati: tutte cose giuste e costituzionalmente imposte; ma la vittima dov’è? Non può certo essere solo il meccanismo – pure essenziale insieme ad altre misure processuali – della costituzione di parte civile nel processo penale a tutelarla pienamente. Si è dimenticato che l’attenzione garantista deve valere non solo per il reo ma anche per le vittime, reali e potenziali, dei delitti: ce lo impone proprio la nostra Costituzione, per la quale (art. 2) lo Stato ha il dovere fondamentale di garantire i diritti inviolabili dell’uomo. È la vittima che vede davvero il volto nudo del male. Oggi – afferma un eminente penalista, Ferrando Mantovani – senza la dovuta considerazione anche della vittima non vi può essere la necessaria fiducia dei cittadini nella legge, nella giustizia, nelle istituzioni. Tale mancanza di fiducia è dimostrata da analisi criminologiche che mostrano una renitenza talora delle vittime a denunciare, testimoniare, collaborare con la giustizia: anzi, secondo certe ricerche americane, dopo un procedimento giudiziario un’alta percentuale di vittime (è così delusa dal sistema che) non sarebbe più disposta a sporgere denuncia una seconda volta. E probabilmente analoghe ricerche porterebbero a risultati simili in Italia, dove le vittime spesso si associano tra di loro proprio per trovare maggiore attenzione. Ed è un dato terribile (alto e condiviso ovunque) quello delle mancate denunce: le vittime non conosciute dalla giustizia come risolvono i loro problemi? Cosa fanno? Che conseguenze subiscono?

Al solito però, ciò che non riescono a fare le istituzioni viene invece stimolato dalla coscienza sociale. In un convegno di questi giorni a Sassari, organizzato dalla Rete Dafne in collaborazione con la Fondazione di Sardegna, il tema è stato portato alla ribalta. Il percorso è tracciato: una direttiva del 2012 del Parlamento europeo e del Consiglio suggerisce agli Stati norme minime in materia di diritti, di assistenza e prestazione alle vittime del reato: il nostro Stato al solito non ha ancora adempiuto (non siamo i soli comunque) ma si è perlomeno costituito, in sede ministeriale, un coordinamento per la creazione di una rete integrata di servizi di assistenza alla vittima del reato, al quale partecipa appunto anche Rete Dafne. La vittima ha necessità di risposte pronte e di qualità, di assistenza nell’immediatezza del reato, di sostegno psicologico, di informazioni sui suoi diritti, di indicazioni sui servizi (sociali) presenti nel territorio, magari di trattamenti medico-psichiatrici, di servizi di mediazione, di informazioni anche solo generiche, o comunque di parlare semplicemente con qualcuno che sia in grado di ascoltare e di capire: non può diventare vittima due volte, prima del reato e poi di un sistema che non la sostiene. Dunque è necessario (e qui anche l’Università deve essere protagonista) formare operatori qualificati o semplicemente professionalizzare (ancor di più) in questo senso avvocati, magistrati e le forze dell’ordine: creare e rafforzare una sensibilità nei confronti della vittima è il primo e fondamentale passo perché essa si senta davvero parte (e non semplice occasione) di questa giustizia.

* Ordinario di Diritto penale