La difesa è sempre legittima?


Il recente dibattito in Parlamento sulla riforma della legittima difesa (art. 52 c.p.) non ha solo un significato tecnico ma investe la visione stessa del nostro vivere sociale. Partiamo da un presupposto, che è la risposta al quesito iniziale: nel nostro ordinamento la difesa non è sempre legittima perché è un’eccezione alla regola che solo lo Stato può usare la forza. Quando lo Stato non può assicurare una pronta ed efficace risposta il cittadino può allora tutelare da sé i propri interessi che corrano il pericolo attuale di essere ingiustamente offesi da terzi: non senza limiti però, ma sempre che la difesa sia necessaria (non si possa davvero fare altrimenti) e proporzionata (bisogna comparare i beni dell’aggredito e dell’aggressore, in modo che il divario di valore tra i due perlomeno non sia eccessivo).

È proprio il requisito della proporzione quello investito dalle polemiche sulla legittima difesa. Il crimine in Italia è cambiato: per esempio si commettono meno omicidi (nel 1991 erano 1.916, nel 2014 sono stati 468), e invece sempre più borseggi e soprattutto furti in casa, passati dal 2009 al 2014 da 149.000 a 255.000, e le rapine (da 35.000 nel 2009 a 40.000 nel 2014). Di fronte a gravissimi fatti di sangue in occasione di rapine in esercizi commerciali o in abitazioni private, già da tempo si erano levate voci critiche sulla severità e ingiustizia di alcune sentenze, che avevano  condannato per eccesso di legittima difesa il commerciante e il proprietario per la loro reazione mortale. Si era detto che vi sono momenti in cui non si può pesare il grado della difesa ed è soprattutto iniquo porre sullo stesso piano l’aggressore e l’aggredito, il cittadino onesto e i malfattori. Tutto ciò aveva portato nel 2006 a una prima riforma (si era parlato di “licenza di uccidere”), che attenuava sì alcuni limiti, ma che nell’interpretazione che ne è stata data mantiene comunque fermo il principio che la difesa è legittima solo quando assolutamente necessaria per difendere anche l’incolumità fisica della persona.

Vi è convergenza pertanto in Parlamento sull’esigenza di una riforma, ma il confronto è tra chi tramuta in proposta di legge l’idea che chi uccide il ladro in casa non sia mai punibile e chi invece limita tale reazione estrema ai casi in cui vi sia “grave turbamento psichico causato dalla persona contro cui è diretto il fatto” (i penalisti direbbero che così si passa dalla causa di giustificazione, basata sulla ponderazione oggettiva, alla scusante, fondata cioè sulla inesigibilità di un comportamento diverso). Insomma, la difesa privata è sempre legittima o rappresenta ancora un’eccezione alla regola della difesa statale? Al di là della polemica politica, la soluzione del grave turbamento psichico allarga già di molto l’applicabilità, anche perché è difficile che non ricorra tale turbamento in presenza di un estraneo nella propria casa, e a maggior ragione se vi siano i propri familiari. Si arriva in definitiva alla soluzione del codice penale tedesco, per il quale non è punibile chi eccede i limiti della legittima difesa per turbamento, paura o panico.

Dunque la legittima difesa rimanga pure come eccezione, ma finalmente si tenga in debito conto la peculiare condizione psicologica di chi reagisce, che non è certo in grado, proprio per tale stato di turbamento, di pesare razionalmente la sua reazione. Allo Stato però il compito di rendere tale eccezione sempre più rara, aumentando i controlli (anche sui ricettatori, talora commercianti senza scrupoli) e intervenendo più efficacemente su un tipo di criminalità organizzata, recidiva e insidiosa.

 

*ordinario di diritto penale