La Giustizia e l’Ingiustizia


Un recente caso di cronaca (di vita e giudiziaria) ripropone il tema del senso di ingiustizia suscitato da certe sentenze. Sembra di vivere l’ammonimento che deriva da una visita alla splendida Cappella degli Scrovegni di Giotto: la Giustizia e l’Ingiustizia, i due splendidi affreschi, l’uno di fronte all’altro e senza che uno possa fare a meno dell’altro, a differenziarsi e specchiarsi. Un giurista che proponga questo tema dovrebbe porre così tante premesse da correre il rischio di relegare sullo sfondo la vicenda umana. Mi limito a ricordare che qualsiasi sentenza deve essere letta nella sua completezza, perché l’estrapolazione di singoli passi non consente di seguirne il percorso logico; potrei aggiungere che la verità che risulta da una sentenza non è quella assoluta (sempre che esista) ma è la risultante degli atti del processo; ancora, che è vero che la giustizia è amministrata in nome del popolo (così dice la nostra Costituzione), ma lo è nelle forme previste dalla Legge; infine il giurista deve segnalare che le pene (anche nella loro misura) non servono solo a retribuire il male compiuto ma anche a rieducare il colpevole.
Fatte tutte queste premesse, il senso di ingiustizia può affliggere anche il giurista. Punire con 16 anni di reclusione il feroce omicidio di una donna (uno strangolamento dopo una banale discussione), dimezzando la condanna di primo grado (trent’anni), merita riflessione. Qui è chiaro che non è in dubbio la correttezza tecnica, ma sono proprio alcuni istituti a dover essere messi in discussione. Innanzitutto la pena per l’omicidio volontario (reclusione non inferiore ad anni ventuno) è troppo bassa (sia che riguardi un uomo che una donna): è vero che col sistema delle aggravanti i trent’anni o l’ergastolo sono facili da raggiungere, ma la vita umana merita di più. Inoltre i giudici, esercitando il potere discrezionale attribuito loro dalla legge, hanno ritenuto equivalenti, rispetto all’aggravante dei motivi futili e abietti, le attenuanti generiche. Ciò che più indigna l’opinione pubblica è che tra i motivi attenuatori della pena, insieme alla confessione e al risarcimento, occupa un ruolo decisivo la “tempesta emotiva”, causata dal timore di un tradimento: la gelosia che pare assurgere a giustificazione per una diminuzione di pena corre il rischio di richiamare l’abrogata causa d’onore e un contesto socioculturale che offende la dignità umana e che non può e non deve rivivere. Infine l’ultimo profilo decisivo nella quantificazione di pena è il famigerato giudizio abbreviato (in virtù del quale si assiste spesso a condanne blande per delitti gravissimi): con questo procedimento speciale, richiesto dall’imputato, il giudizio si definisce rapidamente, allo stato degli atti nell’udienza preliminare, senza dibattimento; l’imputato perde la fase del dibattimento, ma ha garantita la diminuzione di un terzo della pena. Lo Stato guadagna in rapidità del giudizio; l’imputato guadagna nello sconto di pena. Che poi da questa somma di guadagni risulti davvero giustizia è lecito dubitare: sono proprio i procedimenti speciali a rappresentare i veri ostacoli a una razionale commisurazione della pena. Rimane la possibilità del ricorso in Cassazione (ultima fase del giudizio) e il Procuratore generale di Bologna eserciterà questa facoltà.
Alla giustizia penale è estranea l’idea di vendetta. La pena deve però sempre e comunque essere innanzitutto retribuzione della colpevolezza: la concreta misura di colpevolezza deve trasformarsi in concreta misura di pena. Una pena effettivamente adeguata al livello di colpevolezza dell’autore del reato è in fondo il modo migliore per rispettare la vittima del delitto, spesso il soggetto dimenticato della (umanissima) vicenda penale.
Gian Paolo Demuro