La recente vicenda del riaccendersi della faida di Noragugume e la risonanza internazionale dovuta all’interesse del quotidiano inglese The Times hanno riproposto all’attenzione la figura di Antonio Pigliaru, straordinario intelletto, umanista in un senso complesso, profondo e universale. Il richiamo continuo, non sempre ben inteso e talora banalizzato, alla sua opera più nota – “Il banditismo in Sardegna. La vendetta barbaricina come ordinamento giuridico” – rischia però di trascurare la profonda complessità dell’opera di un Autore che nella sua breve vita (scomparve a nemmeno 47 anni) ha lasciato una testimonianza di umanità anche nel pensiero giuridico, che va ben oltre la peculiarità sarda. In un’epoca in cui i big data e gli algoritmi cercano di dettare i ritmi della nostra vita, fanno ingresso nelle decisioni pubbliche e tentano di spiegare il passato e di predire il futuro anche nella giustizia penale, non va dimenticato il monito di Pigliaru (in un suo breve ma intenso saggio sul valore morale della pena) sulla “umanissima” vicenda penale, dal momento della commissione del reato al processo e alla esecuzione della pena: al centro sempre l’uomo e il rapporto con gli altri. Profonda l’immagine, sulla quale è bene riflettere, che chi commette un reato in fondo nega la sua stessa essenza di uomo, rifiuta ogni possibilità di comunione, l’altro resta solo un mezzo, un non-valore assoluto, quasi un ostacolo da rimuovere; nell’omicidio a scopo di rapina – esemplifica Pigliaru – dal punto di vista del rapinatore la vita umana, di quell’uomo e quindi di ogni uomo, è ritenuta notevolmente inferiore e infinitamente più trascurabile della cosa che è oggetto della sua cupidigia: il peccato – anche quello che potrebbe entrare in considerazione nel diritto – è sempre un ingiustificabile egoismo. Pigliaru pone l’accento sulla condizione di «solitudine» in cui si pone l’autore del reato, incapace di intendere l’umanissima e felice presenza degli altri in noi, e in fondo negando proprio se stesso e la propria dignità come persona singola e associata. La “giustizia” – per Pigliaru – «in effetti è anche, essenzialmente, questo rispetto profondo dell’eguale dignità morale di tutti, nella dignità dell’altro, per la mia stessa dignità di uomo». Proprio perché vicenda umana, anche il processo non dovrebbe perdere quel profilo di reintegrazione di interessi che sono stati lesi, attraverso una rottura sociale, dalla commissione del reato, con la dovuta attenzione dunque alla vittima, il soggetto spesso dimenticato, insieme alla sua sofferenza, della giustizia penale. Il richiamo poi alla dignità umana investe la fase della pena, da lui intesa come principio e occasione per una profonda trasformazione, spirituale, etica e giuridica, per un rientro in quel vivere sociale dal quale il delinquente ha scelto di uscire commettendo un reato. La sua è una visione profondamente ottimistica: «sopra la previsione del male, speranza di bene, e, infine, speranza, nel male, di sempre possibile ravvedimento, e certezza anzi di un ravvedimento sempre possibile». Pigliaru con la sua opera non ha inteso fornire un contributo analitico, non rappresentava la sua missione, ma ha proposto una visione. In questi giorni in cui al Senato si discute di riforma della giustizia penale, di tempi del processo e di riorganizzazione del complesso della giustizia penale, il recupero di una dimensione di umanità durante tutto il percorso del diritto è l’insegnamento profondo che possiamo trarne. Questo recupero di umanità non è una battaglia di retroguardia ma di avanguardia: una giustizia segnata nelle sue diverse fasi da un livello superiore di partecipazione personale è in grado innanzitutto di poter aspirare a una maggiore effettività, perché più sentita come propria. L’idea di solitudine poi del reo, parte costitutiva anch’esso del consorzio umano, da cui esce e a cui si dà la possibilità di rientrare, esprime in pieno il senso costituzionale della risocializzazione della pena. Il messaggio più intenso che ci lascia la lettura del saggio di Pigliaru è però la concezione, magari ingenua e sognatrice, di un ordinamento nel quale i cittadini ritrovino davvero il senso di ciò che è giusto e non solo di ciò che è conveniente, con valori e principi che tornino a nascere e crescere nella realtà sociale prima che in quella politica e giuridica.
Pubblicato su La Nuova Sardegna del 19 settembre 2021